domenica 3 dicembre 2017

LA TRAGEDIA E COMMISERAZIONE DI LOUIS C.K.

Louis CK e i suoi doppi ci perseguitano. Vorremmo tenerle separate queste persone, il comico, il buon padre di famiglia, l'uomo della strada, lo scrittore, il regista, il molestatore ma non è possibile. Ci sembra impossibile che l'uno sia l'altro così come ci è sembrato, ci sembra impossibile che Woody Allen abbia molestato Dylan Farrow. E quando ci sembra possibile che cose così siano accadute c'è sempre il sospetto che non siano andate esattamente come sono state descritte dalle vittime; e quando crediamo alle vittime ci pare che i danni che dicono di aver subito siano eccessivi; e se anche ci fossero stati dei danni e magari delle ammissioni, allora qualcuno si scusa e dice che ora si sente malissimo e che all'epoca, nel passato remoto dell'abuso, non sapeva esattamente quel che stava facendo... ah, l'amaro tormento del fraintendimento...


Come il protagonista di The Man of the Crowd—uno dei grandi racconti di Poe—i giornalisti e commentatori, gli apologisti, i sensazionalisti, i censori e i libertini dell'ultima ora passeggiano tra stupri e molestie osservando e catalogando le varie tipologie: i produttori dal grugno suino e dal mento irsuto, i registi con l'occhio guizzante e la mano caprina, i CEO che si grattano vigorosamente l'orecchio con la punta della coda, gli attori shakespeariani che l'ardente strale di Cupido lo mettono un po' dove gli pare... Alla fine della giornata, quando il sole divampa all'orizzonte dissipandosi rapidamente e non resta che la luce soffusa di monitor e lampadine a basso consumo, la vista si rannuvola come nella densa atmosfera delle lampade a gas del racconto di Poe e, attraverso questa nebbiolina è difficile, non riusciamo davvero a mettere a fuoco l'uomo misterioso e intrigante che abbiamo inseguito tutto il giorno, l'uomo che sotto al roquelare di seconda mano nasconde un diamante e una daga.

Quest'uomo misterioso non è altri che Louis CK e non è altri che noi stessi, il nostro specchio, ma noi non riconosciamo né l'uno né gli altri. E' la nostra tragedia e la sua: è impossibile vedersi attraverso il velo del sessismo... e così è difficile rimanere seri di fronte a Louis CK che simula la masturbazione sul palco mentre, beat dopo beat, articola un pezzo comico geniale, ma anche difficile non sorridere quando vengono svelate le aggravanti comiche dei suoi misfatti: "which one is Dana and which one is Julia?", urla alle due donne che scappano dalla sua camera d'albergo e di fronte alle quali si è appena masturbato...

Il sangue freddo dimostrato in questa occasione è una prova della lucidità di Louis CK, del totale controllo che esercita sul materiale comico e drammatico e, naturalmente, sulla molestia. Sono pochi gli scrittori e i performer in grado di passare dal comico al drammatico con la stessa nonchalance (continua a venire in mente Woody Allen...), e sono ancora meno quelli capaci di attraversare i generi ribaltandoli, decostruendoli, rivoluzionandoli, ivi compreso quel genere particolare di scrittura che sono le scuse.

Infatti qualcuno ha scritto che le scuse di Louis CK sono la cosa peggiore che abbia mai scritto ma, probabilmente, sono una delle migliori. E, posto che Louis CK non si scusa mai veramente—ma questa è la caratteristica del genere "scuse" quanto il lieto fine è la caratteristica della commedia—una volta tolto tutto il rumore di fondo, quello che resta è proprio la padronanza dell'abuso:

These stories are true... When you have power over another person, asking them to look at your dick isn't a question... I wielded that power... I'm aware of the extent of the impact of my actions... My position allowed me not to think about it... I have spent my long and lucky carreer talking and saying anything I want... Thank you for reading.

Louis CK confessa tutti i suoi peccati e, come Gilles de Rais, si candida subito a essere accolto di nuovo nella comunità dei sacerdoti e dei devoti, in questo caso della dea Commedia. Come al processo per de Rais alcuni lo commiserano, piangono—Sarah Silverman per esempio—ricordandoci che Louis CK è un gran papà (direi di no, i danni tutti d'un colpo non sono meglio di quelli somministrati lentamente) e che possiamo amare anche qualcuno che ha fatto cose brutte (eh, grazie). Altri intervengono rammentandoci il genio, come a dire che al genio è concesso, cosa esattamente? Altri reclamano il rogo—Schadenfreude!—che, per la cronaca, s'è già consumato, altri...

Louis CK non è Gilles de Rais ovviamente e, se dovessimo scegliere un "Gilles de Rais dell'abuso sessuale", per ora sarebbe Harvey Weinstein. Tuttavia le analogie con la vicenda di de Rais sono inquietanti. In particolare il fatto che l'abuso sessuale metodico sembra avere quelle caratteristiche che Bataille associa, nel suo scritto più lurido e oscuro, agli omicidi seriali e alle violenze sessuali di de Rais: per Bataille il linguaggio di de Rais non è quello della violenza ma il linguaggio del potere, il cui fine è vivere nella più totale sovranità e dunque nella più totale libertà.

"I have spent my long and lucky carreer talking and saying anything I want", scrive Louis CK alla fine della confessione, sapendo benissimo che è proprio questo il punto e che, se serve dirlo, il linguaggio comico fa ridere soprattutto se ha il potere di andare contro tutti gli altri linguaggi.

Forse è questo che più ci inquieta nella vicenda di Louis CK, cioè che condannarlo, censurarlo significa negare la sua e dunque nostra libertà... e così, come dice Durtal a proposito di de Rais—in Là-bas di Huysmans, forse ci troveremo anche noi, un giorno, a dire iperbolicamente che Louis CK è "il più artista, il più squisito, il più crudele e scellerato degli uomini". O forse noi non ci rendiamo assolutamente conto di quel che diciamo, come un giornalista de Il Sole 24 Ore che incomincia il suo articolo (Chi era Louis C.K.) con un fabiovolismo d'eccellenza: il nemico di Louis CK è, figurati, una donna e un'intellettuale, Joyce Carol Oates.

Il seguito dell'articolo è costituito da una lunga serie di spiegoni delle battute di Louis CK il cui fine è, in sostanza, screditare personalmente Joyce Carol Oates e confutare quello che ha detto a proposito di CK in questo tweet:

Half-apologizing for years that I did not find Louis C.K. funny. Tried & tried & found him bullying, coercive (as comic), just not funny, or not much, oozing vanity, egoism, making of his own contriteness/hypocrisy his “act".

Si può non essere d'accordo con Joyce Carol Oates (anche se l'equivalenza fra "his contritness/hypocrisy" e "his act" è un colpo ben assegnato) e si può notare che Louie e Horace and Pete sono show straordinari; e ancora Eulogy, il miglior episodio del migliore show di quest'anno—Better Things di Pamela Adlon—è scritto proprio da Louis CK. Il problema dell'articolo del Sole non è la divergenza di opinione rispetto a Joyce Carol Oates ma il fatto che le varie analisi offerte sono una lettera d'amore alla misoginia e al sessismo, serpentina e piena di sentimentalismo; fino al punto che una delle poche cose fra tutti gli episodi di Louie che si fa davvero fatica a guardare (o ricordare) dopo le rivelazioni degli abusi—cioè tutta la vicenda dell'ungherese Amia (Eszter Balint) nella quarta stagione—viene richiamata tramite una scena innocente in cui la figlia di Louie incontra Amia e insieme suonano il violino. Poco importa che, successivamente, sfruttando un'impasse linguistica, Louie forzerà il suo ardente strale attraverso Amia—che già era scettica la sera prima ma, il giorno seguente, sarà veramente furiosa... Il plot, come nota Jude Dry, finisce con una conveniente rimozione e il ripristino della dimensione familiare-disfunzionale (Louie deve correre a salvare la ex moglie e le figlie minacciate dall'uragano Jasmine Forsythe). E così noi sì, lo sappiamo, mentre la figlia di Louie, per sua fortuna, non saprà mai che mostro è veramente il padre, anche perché Amia, eh, parla solo ungherese...

A differenza di Jude Dry non penso che Louis CK non capisca il consenso, anzi penso lo capisca benissimo e che abbia costruito la carriera, in parte, intorno a questa comprensione. Infatti l'arco narrativo di Amia e la seguente aggressione da parte di Louie del personaggio di Pamela (Pamela Adlon) non sono il sintomo della sua ignoranza in fatto di consenso (come pensa Dry) ma rappresentano un pattern di abusi in un caso di arte che imita la vita, così come le lunghe simulazioni della masturbazione durante i recital non sono altro che l'evocazione di una fantasia di potere che è già stata ripetutamente realizzata nell'ombra: è inebriante potere di potere.

Come ha notato anche Martina Montague in un suo articolo, l'abuso spesso incomincia con quella che Umberto Eco ha chiamato "delegittimazione dell'emittente": pur comprendendo benissimo il messaggio (no), il ricevente ne stravolge il senso (si) perché il suo sistema di credenze (il maschilismo) è molto più forte di quello dell'emittente. Molti degli episodi di Louie (ma anche di Horace and Pete e Better Things) parlano brillantemente di questo e di altri generi di comunicazione aberrante, dell'impossibilità di capirsi e, talvolta, della possibilità impossibile di farlo.

L'arte di Louis CK—come nel caso ancor più palese e complesso di Woody Allen—è inscindibile dalla sua esperienza di molestatore esaltato e al contempo distaccato, è indivisibile dall'artista. Domandarsi o cercare di separare arte e artista come fanno i cattivi giornalisti (evidentemente inscindibili dal loro cattivo giornalismo) è solo un tentativo di rimuovere dall'arte la dialettica tra opera e creatore, e di proteggere una visione dell'arte conciliante e confortante (ci va bene che Louis CK prenda in giro il maschilismo perché dimostra che in fondo il maschilismo non è così maligno come viene dipinto dalle persone serie...). In questo senso, come reagire e cosa fare di fronte alle opere di artisti come Louis CK e Woody Allen è una scelta del tutto personale; negare che questi artisti siano dentro alle loro opere fino al collo significa solo tapparsi occhi, orecchie, naso e ingoiare tutto senza chiedersi niente.

3 commenti:

paolo scatolini ha detto...

continuo a credere che separare la persona dall'artisya sia giusto però l'articolo è molto interessante

paolo scatolini ha detto...

e non credo che i film di Woody allen siano così legati al suo discusso passato, lo stesso dicasi per il cinema di Polanski (La morte e la fanciulla è una straordinaria denuncia contro la violenza maschile sulle donne). l'uomo può essere umanamente e moralmente ripugnante, i suoi film no

Jacob Kogan ha detto...

Per Woody Allen ti rimando a questo articolo di Richard Brody su New Yorker (https://www.newyorker.com/culture/richard-brody/watching-myself-watch-woody-allen-films) nel quale fa molti esempi dell'inscindibilità di opera e artista (tra i quali spicca il mio film preferito di Allen, Crimini e Misfatti).

Il fatto che un'opera abbia una sua vita dopo che l'artista l'ha creata, il fatto che siamo liberi di interpretarla indipendentemente dalle intenzioni originarie dell'artista e di farci quello che vogliamo... e qualsiasi altra opinione su questa linea mi trova del tutto d'accordo. Ciò non toglie che una particolare opera sarà sempre l'opera di quel particolare artista.

Questo non significa affatto che l'opera debba essere giudicata in base all'immoralità dell'artista. Per intenderci, io non trovo ripugnanti i lavori di Louis CK, anzi, e adesso che so anche da quale esperienza provengono (un po' lo sapevamo ma...) li trovo ancora più interessanti, in qualche modo anche più affascinanti. Lui un bel po' di meno.

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