In futuro, avremo debellato tutte le malattie ma non gli stronzi o le disparità economiche e, soprattutto, avendone la possibilità potremo spendere quarantamila dollari al giorno—ottomila di oggi?—per partecipare a un gioco interattivo che ha la struttura di un librogame degli anni '80, gli stessi rischi di una partita a tris e più cliché di un film di Michael Bay.
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lunedì 5 dicembre 2016
mercoledì 18 dicembre 2013
COME HOMELAND HA PERSO SE STESSO
Pubblicato da
Jacob Kogan
il
12/18/2013
Per due stagioni — o almeno per una stagione e mezzo — questo show americano scritto dagli autori di 24 e vagamente ispirato a una serie televisiva israeliana, è riuscito nell'impossibile: travalicare l'assurdità delle sue premesse, dei personaggi e di un intreccio erratico riuscendo in qualche modo a funzionare.
Situazionista potrebbe essere chiamato il suo stile narrativo, perché non c'è nessuna descrizione o interpretazione della realtà in Homeland, non ci sono fatti o documenti, e si potrebbe arrivare a dire che non c'è neppure logica. Gli episodi rappresentano una serie di eventi, di situazioni appunto, sono una deriva, una pratica di flusso, un esercizio di smarrimento.
Tramite questo esercizio, Homeland ha attraversato molte cose, si è lasciato andare a molte cose, raccontandosi, deducendosi, evincendosi e, soprattutto, abducendosi. Non ha fondato alcuna teoria, perché questo sarebbe stato impossibile data la sua natura antitetica a ogni progettualità e fattualità eppure, andando alla deriva, ha attraversato molte teorie e fatti. Senza essere allegoria, metafora o simbolo, ha fatto riemergere per esempio l'11 Settembre, ha navigato errando (e molti sono gli "errori" di Homeland) sull'orrore dell'ultimo esterno, quel foglio bianco firmato in calce da Bin Laden sul quale manca la descrizione di una storia ufficiale, o almeno pubblica, delle Twin Towers: com'è successo? Come si è arrivati a quello?
Homeland non lo ha spiegato, o meglio, lo ha non-spiegato, non-raccontato, raccontando un altro attentato spettacolare e la cattura di un terrorista immaginario, Abu Nazir, un profeta armato di odio viscerale, fortuna e di un'arma ultramoderna, l'homo sacer Brody.
Situazionista potrebbe essere chiamato il suo stile narrativo, perché non c'è nessuna descrizione o interpretazione della realtà in Homeland, non ci sono fatti o documenti, e si potrebbe arrivare a dire che non c'è neppure logica. Gli episodi rappresentano una serie di eventi, di situazioni appunto, sono una deriva, una pratica di flusso, un esercizio di smarrimento.
Tramite questo esercizio, Homeland ha attraversato molte cose, si è lasciato andare a molte cose, raccontandosi, deducendosi, evincendosi e, soprattutto, abducendosi. Non ha fondato alcuna teoria, perché questo sarebbe stato impossibile data la sua natura antitetica a ogni progettualità e fattualità eppure, andando alla deriva, ha attraversato molte teorie e fatti. Senza essere allegoria, metafora o simbolo, ha fatto riemergere per esempio l'11 Settembre, ha navigato errando (e molti sono gli "errori" di Homeland) sull'orrore dell'ultimo esterno, quel foglio bianco firmato in calce da Bin Laden sul quale manca la descrizione di una storia ufficiale, o almeno pubblica, delle Twin Towers: com'è successo? Come si è arrivati a quello?
Homeland non lo ha spiegato, o meglio, lo ha non-spiegato, non-raccontato, raccontando un altro attentato spettacolare e la cattura di un terrorista immaginario, Abu Nazir, un profeta armato di odio viscerale, fortuna e di un'arma ultramoderna, l'homo sacer Brody.
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domenica 1 dicembre 2013
PERSON OF INTEREST: LA QUOTA DEGLI ANGELI
Pubblicato da
Jacob Kogan
il
12/01/2013
Questo articolo è apparso per la prima volta su Serialmente il Primo Dicembre 2013.
La serie delle American Recordings di Johnny Cash non è solo il capolavoro senile di uno dei grandi del ‘900 ma il testamento della cristianità “personale” degli US&A. Nessun Dio nella storia è mai stato tanto personale quanto quello americano e, qualsiasi interpretazione vogliate dare a Personal Jesus dei Depeche Mode (un classico anche di Cash) o a Hurt dei Nine Inch Nails (il pezzo all’inizio del decimo episodio della terza stagione di Person of Interest), l’appropriazione e la personalizzazione di un Grande Altro — religioso o sentimentale (nel caso dell’amore) o chimico (nel caso delle droghe) o quello che preferite — è il marchio di fabbrica dell’ideologia motivazionale americana. Al fanatico, Dio parla in un linguaggio prescrittivo, secondo una catena di comando “militare” che trasmette l’ordine dal Sommo Capo all’esecutore senza contaminazioni emotive; all’uomo di ragione, Dio suggerisce possibili corsi d’azione, offre motivazioni che possono anche essere messe in discussione, insomma si apre al dialogo: il Dio dei fanatici è un manager metafisico, quello degli uomini di ragione è un consulente trascendentale.
La serie delle American Recordings di Johnny Cash non è solo il capolavoro senile di uno dei grandi del ‘900 ma il testamento della cristianità “personale” degli US&A. Nessun Dio nella storia è mai stato tanto personale quanto quello americano e, qualsiasi interpretazione vogliate dare a Personal Jesus dei Depeche Mode (un classico anche di Cash) o a Hurt dei Nine Inch Nails (il pezzo all’inizio del decimo episodio della terza stagione di Person of Interest), l’appropriazione e la personalizzazione di un Grande Altro — religioso o sentimentale (nel caso dell’amore) o chimico (nel caso delle droghe) o quello che preferite — è il marchio di fabbrica dell’ideologia motivazionale americana. Al fanatico, Dio parla in un linguaggio prescrittivo, secondo una catena di comando “militare” che trasmette l’ordine dal Sommo Capo all’esecutore senza contaminazioni emotive; all’uomo di ragione, Dio suggerisce possibili corsi d’azione, offre motivazioni che possono anche essere messe in discussione, insomma si apre al dialogo: il Dio dei fanatici è un manager metafisico, quello degli uomini di ragione è un consulente trascendentale.
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domenica 10 novembre 2013
martedì 2 ottobre 2012
TERRORE E TERRORISMO NELLA TV CONTEMPORANEA
Pubblicato da
Jacob Kogan
il
10/02/2012
C'è una cosa che accomuna Homeland, Last Resort e Person of Interest. In Last Resort l'equipaggio del sottomarino Colorado rifiuta di obbedire all'ordine di lanciare un attacco nucleare contro il Pakistan scardinando il meccanismo automatico della catena di comando. In Person of Interest, il protagonista Finch ha impedito al governo di appropriarsi della sua macchina pre-cog (e senziente) per evitare che diventasse un'arma da usare sugli individui che avrebbe dovuto proteggere. In Homeland il casus belli o piuttosto il casus conversionis ad verum Deum è un attacco con i droni.
Le tre premesse di questi show non hanno solo a che fare con gli automatismi tecnologici (o tecnocratici) che minacciano in particolare la nostra capacità di controllare (per quanto possibile) le conseguenze delle nostre azioni, per esempio di dosare la forza durante un attacco (come accade in Homeland e Last Resort) o di dosare il rigore del giudizio (come in Person of Interest). Soprattutto hanno a che fare con l'automatismo della nostra libertà, l'automatismo della democrazia e l'automatismo della nostra presunta centralità nella storia del mondo.
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